Emily Dickinson

The Complete Poems
Tutte le poesie

J1701 - 1750

Traduzione e note di Giuseppe Ierolli


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Appendice

Indice Johnson
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J1701 (?) / F1744 (?)

To their apartment deep
No ribaldry may creep
Untumbled this abode
By any man but God -
    Nel loro profondo appartamento
Nessuna oscenità può insinuarsi
Indisturbata questa dimora
Da chiunque tranne Dio -

La sacralità della tomba è al di là di volgari interventi terreni, soltanto chi la abita e Dio hanno diritto di ingresso.
Raffo (in Geometrie dell'estasi) la legge in modo diverso: "La vergine Emily si riferisce qui agli impulsi fisici dell'eros, trasfigurati e sublimati nel vincolo divino (come in Santa Teresa d'Avila e altre mistiche.)"


J1702 (?) / F1706 (?)

Today or this noon
She dwelt so close
I almost touched her
Tonight she lies
Past neighborhood
And bough and steeple
Now past surmise
    Oggi o a mezzogiorno
Era così vicina
Che quasi la toccavo
Stasera giace
Al di là di vicinato
E ramo e campanile
Ora al di là dell'ipotesi

La morte porta via da un momento all'altro; non è un viaggio ma un passare improvviso dalle cose terrene a qualcosa che è al di là della nostra comprensione e di qualsiasi ipotesi noi si possa fare.


J1703 (?) / F1740 (?)

'Twas comfort in her Dying Room
To hear the living Clock
A short relief to have the wind
Walk boldly up and knock
Diversion from the Dying Theme
To hear the children play
But wrong the more
That these could live
And this of our's must die
    Fu di conforto nella sua Stanza di Morte
Udire vita nell'Orologio
Un breve sollievo sentire il vento
Venir su ardito e bussare
Diversione dal Tema della Morte
Udire i bimbi giocare
Ma più ancora ingiustizia
Che quelli potessero vivere
E questa nostra dovesse morire

Una morte prematura può essere alleviata dalla consapevolezza che la natura continua comunque il suo corso, ma il sentimento più profondo è il guardare con sgomento a un'ingiustizia che colpisce a caso, che prende qualcuno che ci appartiene e lascia indisturbati gli altri, senza una ragione comprensibile alla nostra mente. Quante volte abbiamo detto "perché proprio lui/lei" o anche "perché proprio io"?


J1704 (?) / F1745 (?)

Unto a broken heart
No other one may go
Without the high prerogative
Itself hath suffered too
    A un cuore spezzato
Nessun altro può volgersi
Senza l'alta prerogativa
Di avere anch'esso sofferto

Nessuno può consolare un altro se non ha provato quella sofferenza che ora cerca di alleviare.


J1705 (?) / F1691 (?)

Volcanoes be in Sicily
And South America
I judge from my Geography
Volcanoes nearer here
A Lava step at any time
Am I inclined to climb
A Crater I may contemplate
Vesuvius at Home
    Vulcani ci sono in Sicilia
E in Sud America
A giudicare dalla mia Geografia
Vulcani più vicini qui
Un gradino di Lava alla volta
Sono propensa a scalare
Un Cratere posso contemplare
Vesuvio in Casa

I vulcani veri, concreti, sono lontani, ma non c'è bisogno di fare lunghi viaggi per assaporarne il calore, basta guardare, per esempio, dentro la mente di un poeta, abituata a scalare lave più vicine ma altrettanto ardenti.
Come nella J1146-F1161 c'è uno scambio di vulcani: là l'Etna a Napoli, qui il Vesuvio in Sicilia.


J1706 (?) / F1737 (?)

When we have ceased to care
The Gift is given
For which we gave the Earth
And mortgaged Heaven
But so declined in worth
'Tis ignominy now
To look upon -
    Quando abbiamo cessato di curarcene
Il Dono ci è dato
Per il quale avremmo dato la Terra
E ipotecato il Cielo
Ma così sminuito di valore
Che è ignominia ora
Soppesarlo -

Un dono tanto desiderato perde improvvisamente il suo valore una volta ottenuto (vedi la nota alla J439-F626).


J1707 (?) / F1720 (?)

Winter under cultivation
Is as arable as Spring
    L'Inverno sottoposto a coltura
È arabile quanto la Primavera

Non bisogna mai considerare senza speranza l'aridità di un cuore, di una mente, di una persona. Se ci lavoriamo un po', magari riusciamo a far nascere qualcosa anche in un gelido inverno.


J1708 (?) / F1712 (?)

Witchcraft has not a pedigree
'Tis early as our Breath
And mourners meet it going out
The moment of our death -
    La Stregoneria non ha un lignaggio
È remota come il Respiro
E chi ci piange la incontra mentre sta uscendo
Nel momento della nostra morte -

Leggendo gli ultimi due versi sembra proprio che la stregoneria del primo sia l'anima, vista come una sorta di illusione magica, un mistero non risolto, che non ha più ragione di esistere una volta conclusa la vita.


J1709 (?) / F1713 (?)

With sweetness unabated
Informed the hour had come
With no remiss of triumph
The autumn started home -
Her home to be with Nature
As competition done
By influential kinsmen
Invited to return
In supplements of Purple
An adequate repast
In heavenly reviewing
Her residue be past -
    Con dolcezza inalterata
Informato che l'ora era giunta
Con nessuna rinuncia al trionfo
L'autunno si avviò a casa -
A casa è con la Natura
Come al termine di una gara
Da influenti congiunti
Invitato a tornare
In supplementi di Porpora
Un adeguato pasto
In celeste rassegna
La parte residua è trascorsa -

L'autunno ha saputo che il suo tempo è al termine, con docile tranquillità si avvia verso casa, ma non rinuncia a una trionfale uscita di scena. La sua casa in fin dei conti resta nella natura, sa che la gara a cui era stato chiamato è ormai conclusa ma sa anche che prima o poi sarà chiamato a partecipare di nuovo, dal quel perenne ciclo di stagioni che formano la sua famiglia. La sua partenza si colora di porpora, come se volesse nutrirsi ancora delle bellezze di cui è capace, passando in rassegna quel tempo così bello che Dio gli ha concesso di vivere.
Sembra proprio un invito ad accettare una fine che è scritta nella natura, a lasciarsi coinvolgere in un ciclo che deve necessariamente prevedere la conclusione di qualcosa che è iniziato; ma è una fine che si colora di grandezza, anche perché resta la speranza che non sia definitiva, che qualcuno magari ci chiamerà a rinascere un un'altra vita immersa anch'essa in quella natura divina che ci ha accompagnati in questa.


J1710 (?) / F509 (1863)

A curious Cloud surprised the Sky,
'Twas like a sheet with Horns;
The sheet was Blue -
The Antlers Gray -
It almost touched the Lawns.

So low it leaned - then statelier drew -
And trailed like robes away;
A Queen adown a satin aisle,
Had not the majesty.

    Una curiosa Nube colse il Cielo di sorpresa,
Era come una vela con le Corna;
La vela era Azzurra -
Il Palco di Corna Grigio -
Quasi toccava i Prati.

Si piegò in basso - poi più solenne avanzò -
E si dilatò come uno strascico;
Una Regina sotto un'ala di raso,
Non ne avrebbe la maestà.

Il manoscritto è perduto, ma Franklin afferma che la poesia era inserita nel Fascicolo 24, di seguito alla J1712-F508, in un foglio poi staccato e non rintracciato.

Una nuvola si impadronisce improvvisamente del cielo. Sembra come il palco di corna di un cervo che si staglia sull'azzurro del cielo, si abbassa fin quasi a toccare il terreno e poi si dilata come se indossasse uno strascico che farebbe sfigurare quello di una regina.
Le immagini "naturali" di ED sembrano inesauribili, come se la natura fosse talmente ricca da proporre in ogni suo fenomeno una quantità praticamente infinita di sorprese e suggestioni per l'occhio che la sa guardare.


J1711 (?) / F1774 (?)

A face devoid of love or grace,
A hateful, hard, successful face,
A face with which a stone
Would feel as thoroughly at ease
As were they old acquaintances -
First time together thrown.
    Una faccia priva d'amore o grazia,
Un'odiosa, dura, faccia di successo,
Un faccia con la quale una pietra
Si sentirebbe totalmente a suo agio
Come se fossero vecchie conoscenze -
Tirate per la prima volta insieme.

La descrizione di una faccia non certo simpatica, che viene voglia di tirare come si farebbe con una pietra, perché di quella ha la durezza priva di qualsiasi sentimento.


J1712 (?) / F508 (1863)

A Pit - but Heaven over it -
And Heaven beside, and Heaven abroad;
And yet a Pit -
With Heaven over it.

To stir would be to slip -
To look would be to drop -
To dream - to sap the Prop
That holds my chances up.
Ah! Pit! With Heaven over it!

The depth is all my thought -
I dare not ask my feet -
'Twould start us where we sit
So straight you'd scarce suspect
It was a Pit - with fathoms under it
It's Circuit just the same
Whose Doom to whom
'Twould start them -
We - could tremble -
But since we got a Bomb -
And held it in our Bosom -
Nay - Hold it - it is calm -

    Una Fossa - ma il Cielo al di sopra -
E Cielo accanto, e Cielo intorno;
Eppure una Fossa -
Col Cielo al di sopra.

Agitarsi sarebbe scivolare -
Guardare sarebbe cadere -
Sognare - insidiare il Puntello
Che regge le mie sorti.
Ah! Fossa! Col Cielo al di sopra!

Il profondo mi assorbe il pensiero -
Non oso chiedere ai miei passi -
Ci farebbe coscienti di dove sediamo
Così diritti da sospettare a malapena
Che sia una Fossa - con abissi al di sotto
Il suo Circuito proprio lo stesso
Di chi Sentenzia a quali
Dar loro coscienza -
Noi - potremmo tremare -
Ma da quando carpimmo una Bomba -
E la tenemmo stretta al Petto -
Anzi - la Teniamo - c'è calma -

Nell'edizione Johnson non ci sono gli ultimi cinque versi (vedi la J443-F522) e ce n'è uno aggiunto tra i versi 15 e 16: "Seed - summer - tomb" ("Seme - estate - tomba"), considerato da Franklin un'aggiunta di Mabel Todd alla trascrizione della poesia, di Harriet Graves.
Nell'edizione Franklin (il testo è quello riportato sopra), la poesia è considerata come parte del Fascicolo 24 (vedi anche la J1710-F509) con l'aggiunta dei cinque versi finali, gli unici di cui abbiamo il manoscritto autografo, trascritti da ED qualche pagina dopo i primi sedici. La ricostruzione dei problemi testuali di questa poesia è in Franklin, The Editing of Emily Dickinson: A Reconsideration, University of Wisconsin Press, Madison, 1967, pagg. 40-47 e, con un testo rivisto, in "Harvard Library Bulletin", 28 (July 1980), pagg. 245-57.

La fossa del primo verso può essere la tomba, ma anche, e insieme, il pozzo dove è sepolta la conoscenza dell'invisibile. È immersa in profondità ma nello stesso tempo ha il cielo che la circonda, come qualcosa che ha in sé il mistero ma anche la via per svelarlo. È un luogo nel quale bisogna fare attenzione, si rischia di scivolarci dentro agitandosi troppo per conoscerlo, oppure di cadere in quegli abissi cercando di guardarli troppo nel profondo; e anche sognare, fantasticare su quell'enigma, rischia di sgretolare i fragili sostegni razionali che ci sorreggono. Perciò, anche se quel mistero ci attira e assorbe tutti i nostri pensieri, non osiamo scandagliarlo perché abbiamo paura di saperne troppo, di essere coscienti di quanto sia profondo e irraggiungibile, di quali abissi ci siano lì sotto, abissi paragonabili soltanto a quelli di chi governa quel mistero, di chi decide se, a chi e quando svelarne i segreti.
Negli ultimi quattro versi è essenziale capire cosa sia quella "bomba", conquistata e tenuta ben stretta al petto. Possiamo leggerla con due significati, opposti ma anche complementari. La chiave può essere l'ultimo verso, anzi le ultime parole: "it is calm"; la "calma" si può ottenere in due modi: con la fede senza domande, che non dà risposte ma verità assolute, ma anche con la serena consapevolezza che quel mistero è una nostra creazione e che al di là della vita che conosciamo non c'è altro che il nulla.


J1713 (?) / F1748 (?)

As subtle as tomorrow
That never came,
A warrant, a conviction,
Yet but a name.
    Sottile come un domani
Che non arrivò mai,
Un mandato, una condanna,
Eppure solo un nome.

Si possono fare diverse ipotesi per sciogliere il "nome" finale. Il terzo verso può far pensare alla morte, o anche al destino, ma entrambe le cose prima o poi arrivano e smentiscono il secondo. Il dubbio, o anche il mistero, potrebbe essere il candidato ideale: è sottile, nel senso di abile, astuto, perché si insinua di continuo nella nostra mente; non arriva mai a conclusione e, perciò, si può paragonare a un domani sempre cercato ma mai trovato; è un mandato, perché ci viene consegnato da chissà chi come a delegarci al suo scioglimento; è una condanna, perché ci sentiamo sempre colpevoli per non essere riusciti a decifrarlo; eppure, è soltanto un nome, qualcosa che non esiste nella concretezza, un parto astratto della nostra mente curiosa.


J1714 (?) / F1749 (?)

By a departing light
We see acuter, quite,
Than by a wick that stays.
There's something in the flight
That clarifies the sight
And decks the rays
    Attraverso una luce sfuggente
Più acuta la visione, in vero,
Che con uno stoppino ben fermo.
C'è qualcosa nel dileguarsi
Che schiarisce la vista
E riveste i raggi

Il primo verso fa pensare all'inizio della J258-F320: "There's a certain Slant of light", ma la luce di quella poesia procura una "Heavenly Hurt", mentre qui la luce sfuggente regala una visione più chiara, come quando guardiamo un quadro a luce radente, spostando via via gli occhi, e riusciamo a vederne le pennellate, nascoste dalla luce ferma e diretta. Come dire che la realtà si riesce a carpire se riusciamo a guardarla sotto luci diverse, non sempre e soltanto con l'immobile luce dell'abitudine.


J1715 (?) / F1750 (?)

Consulting summer's clock,
But half the hours remain.
I ascertain it with a shock -
I shall not look again.
The second half of joy
Is shorter than the first.
The truth I do not dare to know
I muffle with a jest.
    Consultando l'orologio dell'estate
Soltanto metà delle ore restano.
Lo verifico con una scossa -
Non lo guarderò più.
La seconda metà della gioia
È più breve della prima.
La verità che non oso riconoscere
Dissimulo con una celia.

Non mi va di ammettere che l'orologio dell'estate segna ormai le ore di mezzo, e mi avverte che la bella stagione sta cominciando a declinare; allora faccio finta di dovermi accertare che funzioni e poi mi riprometto di non guardarlo più, perché so che quando le cose belle hanno raggiunto il culmine la loro discesa sarà certamente più veloce della salita.


J1716 (?) / F1783 (?)

Death is like the insect
Menacing the tree,
Competent to kill it,
But decoyed may be.

Bait it with the balsam
Seek it with the saw,
Baffle, if it cost you
Everything you are.

Then, if it have burrowed
Out of reach of skill -
Wring the tree and leave it.
'Tis the vermin's will.

    La morte è simile all'insetto
Che minaccia l'albero,
Capace di ucciderlo,
Ma può essere attirato.

Adescalo col balsamo
Cercalo con la sega,
Beffalo, ti costi pure
Tutto ciò che hai.

Poi, se fosse rintanato
Oltre ogni possibilità -
Rivolta l'albero e abbandonalo.
È il volere del verme.

La morte non va accettata supinamente. Bisogna combatterla, cercare di stanarla dal luogo dove cerca di infiltrarsi per uccidere. Solo quando ci rendiamo conto che combatterla è al di là delle nostre forze, possiamo abbandonare la lotta e rassegnarci a subire la sua volontà.


J1717 (?) / F1751 (?)

Did life's penurious length
Italicize it's sweetness,
The men that daily live
Would stand so deep in joy
That it would clog the cogs
Of that revolving reason
Whose esoteric belt
Protects our sanity.
    Se l'esigua lunghezza della vita
Sottolineasse la sua dolcezza,
Gli uomini che ogni giorno vivono
Sarebbero così immersi nella gioia
Che s'incepperebbero gli ingranaggi
Di quella roteante ragione
La cui esoterica cinghia
Protegge il nostro equilibrio.

Se nel corso dell'esiguo tempo che ci è concesso di vivere venissero enfatizzati troppo gli aspetti piacevoli della vita, rischieremmo di far inceppare i meccanismi della ragione, "roteanti" perché ogni ingranaggio che si rispetti ha bisogno di percorrere tutto il perimetro di una circonferenza, anche quei segmenti di cui faremmo volentieri a meno, altrimenti smette di funzionare e si ferma.
Nell'ultimo verso "sanity" significa "soundness" ("buona salute") ma con riferimento più alla sanità mentale che a quella fisica (nel Webster: "a sound state of mind; the state of mind in the perfect exercise of reason"); per questo ho tradotto con "equilibrio", anche in relazione a quella "roteante ragione" che può essere governata soltanto da un equilibrato uso della mente.


J1718 (?) / F1542 (1880)

Drowning is not so pitiful
As the attempt to rise.
Three times, 'tis said, a sinking man
Comes up to face the skies,
And then declines forever
To that abhorred abode,
Where hope and he part company -
For he is grasped by God.
The Maker's cordial visage,
However good to see,
Is shunned, we must admit it,
Like an adversity.
    L'annegare non è così penoso
Come il tentativo di risalire.
Tre volte, si dice, chi sta affondando
Torna su di fronte al cielo,
E poi discende per sempre
Verso quell'aborrita dimora,
Dove lui e la speranza si separano -
Perché lui è afferrato da Dio.
Il volto cordiale del Creatore,
Per quanto bello a vedersi,
È scansato, dobbiamo ammetterlo,
Come un'avversità.

Dopo l'edizione del 1955, Johnson ha pubblicato, nell'edizione delle lettere del 1958, parte dell'ottavo verso ("Grasped by God -") come frammento in prosa, collegandolo a questa poesia (PF76, pag. 923). Franklin, sulla base di questo frammento autografo ha datato la poesia al 1880. Nel testo intero, trascritto da Mabel Todd, c'è una variante in questo verso: "of" al posto di "by"; vista l'esistenza dell'autografo dickinsoniano ho mantenuto la lezione dell'originale.

La parte più penosa della morte non è la morte in sé, ma il rendersene conto, lottare con tutte le nostre forze contro un avversario che non lascia scampo, che ci separa per sempre da quella speranza che ci aveva sorretti fino all'ultimo, per portarci in un luogo che amiamo raffigurarci abitato da quel Dio buono e bello, ma che ciascuno di noi tende a scansare fino all'ultimo, perché dobbiamo ammettere che, nonostante tutto, proprio non ci piace quel paradiso così allettante, ma di cui preferiremmo volentieri fare a meno per restare in questa valle di lacrime.
Il riemergere per tre volte del terzo verso è anche nella J598-F514.


J1719 (?) / F1752 (?)

God is indeed a jealous God -
He cannot bear to see
That we had rather not with Him
But with each other play.
    Dio è davvero un Dio geloso -
Non riesce a sopportare di vedere
Che noi preferiamo non con Lui
Ma l'uno con l'altro giocare.

Più sintetica, ma con lo stesso scanzonato rifiuto della solenne e noiosa figura della divinità della J413-F437.


J1720 (?) / F1753 (?)

Had I known that the first was the last
I should have kept it longer.
Had I known that the last was the first
I should have mixed it stronger.
Cup, it was your fault,
Lip was not the liar.
No, lip it was your's,
Bliss was most to blame.
    Avessi saputo che la prima sarebbe stata l'ultima
L'avrei serbata più a lungo.
Avessi saputo che l'ultima sarebbe stata la prima
L'avrei mescolata con più forza.
Coppa, fu tua la colpa,
Non era il labbro il bugiardo.
No, labbro fu tua,
La Beatitudine era più di tutto da biasimare.

Nell'edizione Johnson al verso 4 si legge "drunk" ("bevuta") al posto di "mixed", e quest'ultimo termine è in nota come variante. Franklin ritiene che sia l'opposto.

Quando abbiamo a disposizione una coppa d'amore, di gioia, raramente ci rendiamo conto che potrebbe essere l'ultima; magari la sorseggiamo in fretta, accontentandoci di un istante di intensa felicità, invece di serbarla e consumarla fino in fondo. E la colpa non è della coppa, ma di quelle labbra avide, che preferiscono un attimo di estasi a un sentimento magari meno intenso, ma più duraturo.


J1721 (?) / F1754 (?)

He was my host - he was my guest,
I never to this day
If I invited him could tell,
Or he invited me.

So infinite our intercourse
So intimate, indeed,
Analysis as capsule seemed
To keeper of the seed.

    Lui mio anfitrione - lui mio ospite,
Mai fino ad oggi
Potrei dire se io invitai lui,
O lui invitò me.

Così infinito il nostro rapporto
Così intimo, davvero,
Che all'analisi come capsula parrebbe
Per il custode del seme.

Il rapporto fra due persone può essere così intimo e duraturo da confondere i ruoli, da farle sembrare una cosa sola, come se fossero un unico contenitore nel quale le individualità si perdono.
Si può pensare a un rapporto d'amore, ma anche a un rapporto spirituale, come fra Dio e una persona che ha fede; quest'ultima interpretazione potrebbe essere sorretta dagli ultimi due versi: "l'analisi di questo rapporto rivelerebbe un corpo che custodisce il seme della vita insieme al suo custode-creatore".


J1722 (?) / F1755 (?)

Her face was in a bed of hair,
Like flowers in a plot -
Her hand was whiter than the sperm
That feeds the sacred light.
Her tongue more tender than the tune
That totters in the leaves -
Who hears may be incredulous,
Who witnesses, believes.
    Il volto di lei era in un letto di capelli,
Come fiori in un'aiuola -
La mano era più bianca del sego
Che nutre il sacro lume.
La lingua più tenera della melodia
Che vibra nelle foglie -
Chi ascolta può essere incredulo,
Chi ne è testimone, crede.

I primi versi sembrano la descrizione di una lei che sta morendo: il volto disteso in un letto di capelli, la mano bianca; poi però quella tenera melodia (anche "magic" in una variante) e, soprattutto, gli ultimi due versi dove il soggetto si fa più misterioso ed evanescente, fanno pensare alla descrizione di qualcosa di fantastico, come una fata dei boschi che si manifesta in melodie che vibrano tra le foglie. Sappiamo che non esiste, che è solo il vento a creare quei suoni, ma non si sa mai, se riuscissimo a vederla davvero forse potremmo ricrederci.
Al terzo verso "sperm" (che significa "sperma") è da intendere come "grasso di balena", usato per fabbricare candele. Webster precisa che "è chiamato così impropriamente, visto che non si tratta di una sostanza spermatica. Ci si fabbricano candele di un bellissimo colore bianco".


J1723 (?) / F1778 (?)

High from the earth I heard a bird;
He trod upon the trees
As he esteemed them trifles,
And then he spied a breeze,
And situated softly
Upon a pile of wind
Which in a perturbation
Nature had left behind.
A joyous going fellow
I gathered from his talk
Which both of benediction
And badinage partook
Without apparent burden.
I subsequently learned
He was the faithful father
Of a dependent brood.
And this untoward transport
His remedy for care, -
A contrast to our respites.
How different we are!
    Alto sopra la terra udii un uccello;
Procedeva al di sopra degli alberi
Come se li reputasse inezie,
E poi avvistò una brezza,
E si sistemo mollemente
Su un cumulo di vento
Che in una perturbazione
La natura aveva lasciato indietro.
Un gioioso giramondo
Lo intuii dalle sue chiacchiere
Che sia a benedizione
Che a burla partecipava
Senza apparenti oneri.
Successivamente appresi
Che era il padre fedele
D'una nidiata a suo carico.
E quell'indisciplinato vagare
Il suo rimedio per gli affanni, -
Il contrario delle nostre pause.
Come siamo diversi!

In entrambe le edizioni critiche, conformemente alla trascrizione di Mabel Todd, il verso 12 ("And badinage partook") termina con un punto. Visto che non si tratta di un testo autografo, mi sono permesso di spostarlo al verso successivo.

Il vagare spensierato di un uccello, che sembra libero da ogni dovere, si rivela un rimedio salutare per gli affanni di un padre con molti figli a carico, un rimedio molto diverso dalle pause di riposo che ci concediamo noi. L'ultimo verso può essere letto come una constatazione, in fin dei conti noi non siamo uccelli, ma anche come un implicito invito a provare anche noi quelle sensazioni di spensierata libertà; il riposo allevia le fatiche del corpo, ma non bisogna mai dimenticare la voglia di volare "high from the earth" della nostra mente e del nostro spirito.


J1724 (?) / F1782 (?)

How dare the robins sing,
When men and women hear
Who since they went to their account
Have settled with the year! -
Paid all that life had earned
In one consummate bill.
And now, what life or death can do
Is immaterial.
Insulting is the sun
To him whose mortal light
Beguiled of immortality
Bequeath him to the night.
Extinct be every hum
In deference to him
Whose garden wrestled with the dew,
At daybreak overcome!
    Come osano i pettirossi cantare,
Quando li ascoltano uomini e donne
Che una volta avviatisi alla resa dei conti
Si bloccarono a quell'anno! -
Pagato tutto ciò che la vita aveva guadagnato
In un conto definitivo.
E ora, che cosa vita o morte siano
È irrilevante.
Insultante è il sole
A colui che la luce mortale
Ingannata dall'immortalità
Ha lasciato alla notte.
Estinto sia ogni brusio
Per rispetto a colui
Il cui giardino in lotta con la rugiada,
Allo spuntar del giorno fu sopraffatto!

Le più semplici e usuali manifestazioni della natura, il canto di un pettirosso, il sorgere del sole, diventano un'offesa per chi è ormai definitivamente consegnato al muto buio della notte. Possiamo soltanto tacere per rispettare coloro che dormono sotto quel giardino che non ha neanche la forza di opporsi alla lieve rugiada mattutina.
I versi 9-12 sono senza appello nel condannare quell'illusione di immortalità che diventa una notte paragonabile soltanto al nulla.


J1725 (?) / F396 (1862)

I took one Draught of Life -
I'll tell you what I paid -
Precisely an existence -
The market price, they said.

They weighed me, Dust by Dust -
They balanced Film with Film,
Then handed me my Being's worth -
A single Dram of Heaven!

    Presi un Sorso di Vita -
Vi dirò quanto l'ho pagato -
Esattamente un'esistenza -
Il prezzo di mercato, dicevano.

Mi pesarono, Granello per Granello -
Bilanciarono Fibra con Fibra,
Poi mi porsero il valore del mio Essere -
Un singolo Grammo di Cielo!

Franklin annota: "Databile all'autunno 1862, nel Fascicolo 20, su un foglio dato da Martha Bianchi a Herbert F. Jenkins nel 1929 (perduto). La trascrizione è di Mabel Todd."

Il senso dei versi può essere riassunto in due frasi, apparentemente opposte ma, in fin dei conti, speculari: "per tutti i dolori della vita il premio è un istante di felicità" oppure "il prezzo di un istante di felicità è il dolore di una vita". Nella prima strofa siamo più dalle parti della seconda frase: "ho preso un sorso di vita e l'ho pagato un'esistenza, un costo esorbitante ma che mi dicono sia il prezzo di mercato" (ovvero quasi sempre nella vita si paga un prezzo così esorbitante). Nella seconda sembra più plausibile la prima frase: "soppesarono la mia vita e valutarono che un singolo grammo di cielo sarebbe bastato per pagarla".


J1726 (?) / F1756 (?)

If all the griefs I am to have
Would only come today,
I am so happy I believe
They'd laugh and run away.

If all the joys I am to have
Would only come today,
They could not be so big as this
That happens to me now.

    Se tutti i dolori che dovrò provare
Venissero in una volta oggi,
Sono così felice che credo
Riderebbero e scapperebbero.

Se tutte le gioie che dovrò provare
Venissero in una volta oggi,
Non potrebbero essere grandi come questa
Che a me si manifesta ora.

Un momento di gioia intensa cancella tutto; sia i dolori, sia le gioie che verranno debbono lasciargli il posto, perché un istante così va vissuto e basta.


J1727 (?) / F585 (1863)

If ever the lid gets off my head
And lets the brain away
The fellow will go where he belonged -
Without a hint from me,

And the world - if the world be looking on -
Will see how far from home
It is possible for sense to live
The soul there - all the time.

    Se mai il coperchio s'involasse dalla mia testa
E lasciasse libero il cervello
L'amico andrebbe dove gli è proprio -
Senza tracce di me,

E il mondo - se il mondo stesse a guardare -
Vedrebbe quanto lontano da casa
È possibile per il senno sopravvivere
All'anima là - per tutto il tempo.

Secondo Franklin la poesia era compresa nel Fascicolo 25, in un foglio ora perduto. La trascrizione è di Mabel Todd.

La razionalità è legata al cervello, ben chiuso nella nostra scatola cranica; ma se solo fosse possibile farlo a uscire da quell'involucro non si curerebbe del corpo, e dell'essere, che lascia, e riuscirebbe comunque a sopravvivere a un'anima che non gli serve.
In altre parole, la razionalità basta a se stessa, non ha bisogno di un'anima, o di una fede, misteriosa e inafferrabile che la governi, perché sa sopravvivere benissimo senza.


J1728 (?) / F1757 (?)

Is Immortality a bane
That men are so oppressed?
    È l'Immortalità un veleno letale
Che gli uomini ne sono così oppressi?

Il mistero dell'immortalità opprime talmente le nostre menti che la parola sembra rovesciarsi, trasformandosi in un veleno che dà morte invece di una vita senza fine.
Ho tradotto letteralmente "bane" ("Poison of a deadly quality.") per sottolineare il paradosso dell'immortalità portatrice di morte.


J1729 (?) / F56 (1859)

I've got an arrow here.
Loving the hand that sent it
I the dart revere.

Fell, they will say, in "skirmish"!
Vanquished, my soul will know
By but a simple arrow
Sped by an archer's bow.

    Ho ricevuto una freccia qui.
Amando la mano che l'ha lanciata
Venero il dardo.

Caduta, diranno, in una "scaramuccia"!
Vinta, la mia anima saprà
Soltanto da una semplice freccia
Tirata dall'arco di un arciere.

Secondo Franklin la poesia era compresa nel Fascicolo 2, in una parte di foglio ora perduta che conteneva dall'altro lato la J1730-F54. La trascrizione è di Mabel Todd.

La freccia di Cupido colpisce e sconfigge senza bisogno di dar battaglia, basta una semplice scaramuccia per arrendersi volentieri a quell'arciere che lancia dardi così amabili.


J1730 (?) / F54 (1859)

"Lethe" in my flower,
Of which they who drink,
In the fadeless Orchards
Hear the bobolink!

Merely flake or petal
As the Eye beholds
Jupiter! my father!
I perceive the rose!

    "Lete" nel mio fiore,
Coloro che ne bevono,
Nei Frutteti perenni
Odono il bobolink!

Soltanto fiocco o petalo
Mentre l'Occhio rimira
Giove! padre mio!
Percepisco la rosa!

La poesia era compresa nel Fascicolo 2, in una parte di foglio ora perduta che, secondo Franklin, conteneva dall'altro lato la J1729-F56. Nella parte di foglio rimasta si possono leggere i primi due versi e la parte più alta del terzo, gli altri derivano dalla trascrizione è di Mabel Todd.
Nell'altro lato di questo frammento rimasto c'è la seconda strofa della J57-F55 (vedi anche la J14-F5).

Una sorta di Eden pagano. Il "Lete" (in greco "oblio") era il fiume degli inferi che faceva dimenticare la vita trascorsa a chi ne beveva le acque. Qui diventa un fiore che inebria, che fa dimenticare la natura reale e avvicina a una natura perenne, mitica, dove l'amorfa concretezza di un fiocco o di un petalo si trasforma nel disegno divino di una rosa, di cui riusciamo a percepire nel profondo le misteriose e labirintiche volute soltanto affidandoci fiduciosi al padre che ne è il creatore.


J1731 (?) / F1758 (?)

Love can do all but raise the Dead
I doubt if even that
From such a giant were withheld
Were flesh equivalent

But love is tired and must sleep,
And hungry and must graze
And so abets the shining Fleet
Till it is out of gaze.

    L'amore può far tutto tranne resuscitare i Morti
Dubito se persino questo
A un tale gigante sarebbe negato
Se fosse la carne equivalente

Ma l'amore è stanco e deve dormire,
E affamato e deve pascolare
E così sospinge la Flotta lucente
Finché essa è fuori di vista.

L'amore è il sentimento più forte che esista, potrebbe essere in grado di fare tutto ciò che sembra impossibile, forse persino resuscitare i morti sarebbe alla sua portata, se la carne fosse potente quanto lui. Ma tutta questa forza sembra quasi svanire a contatto col mondo reale, come se l'amore acquistasse i caratteri propri di un corpo mortale e avesse bisogno di dormire e di mangiare; e così l'amore si adegua al mondo, incita le sue armi così fulgide e lucenti ad allontanarsi, lasciando nei nostri occhi soltanto la traccia di quel fulgore, ormai al di là della nostra vista.


J1732 (?) / F1773 (?)

My life closed twice before it's close;
It yet remains to see
If Immortality unveil
A third event to me,

So huge, so hopeless to conceive
As these that twice befell.
Parting is all we know of heaven,
And all we need of hell.

    La mia vita finì due volte prima della sua fine;
Resta ancora da vedere
Se l'Immortalità non sveli
Un terzo evento a me,

Così immenso, così disperante da concepire
Come quelli che due volte accaddero.
Separazione è quanto sappiamo del cielo,
E quanto ci basta dell'inferno.

Johnson annota: "Nessuna copia autografa è conosciuta di questa poesia giustamente famosa. A meno che non se ne trovi una, ogni ipotesi circa il suo significato autobiografico è vana.". Non possiamo perciò sapere quali siano state quelle "due volte", citate qui ma anche nella J49-F39. In entrambe le poesie è chiaro che si parla di due lutti: là è detto esplicitamente ("was in the sod"), qui il "Departing" del penultimo verso e il senso di separazione assoluta e irreparabile dei versi ci porta alla stessa conclusione.
Gli ultimi due versi mettono in parallelo il paradiso e l'inferno, come se fossero due facce della stessa medaglia, accomunate da quella "separazione" che sembra connotarle entrambe. Il "terzo evento", ipotetico ma descritto come se fosse inevitabile, è quello che ci svelerà la morte: un'immortalità promessa che in realtà sembra molto più probabile possa diventare un immenso e disperante viaggio nel nulla; l'ultima e più definitiva separazione.


J1733 (?) / F1342 (1874)

No man saw awe, nor to his house
Admitted he a man
Though by his awful residence
Has human nature been -

Not deeming of his dread abode -
Till laboring to flee
A grasp on comprehension laid
Detained vitality.

Returning is a different route
The Spirit could not show
For breathing is the only work
To be enacted now.

"Am not consumed," old Moses wrote,
"Yet saw him face to face" -
That very physiognomy
I am convinced was this

    Nessuno ha visto l'orrore, né in casa sua
Fu mai ammesso un mortale
Sebbene presso l'orribile residenza
Si sia trovata la natura umana -

Non giudicandola dimora del terrore -
Finché sforzandosi di fuggire
Sulla comprensione si abbatté una morsa
Che bloccava la vitalità.

Per chi torna la strada è diversa
Lo Spirito non riesce a esprimersi
Perché il respiro è la sola attività
Ad essere abilitata ora.

"Non sono consumato", scrisse il vecchio Mosè,
"Eppure l'ho visto faccia a faccia" -
La vera fisionomia
Sono convinta sia questa

Dopo l'edizione del 1955, Johnson ha pubblicato, nell'edizione delle lettere del 1958, una variante dei versi 4 e 5: "Has Human Nature gone - / Unknowing to his dread abode -" ("Sia andata la Natura Umana - / Ignorandola come dimora del terrore -") come frammento in prosa, collegandolo a questa poesia (PF77). Franklin, sulla base di questo frammento autografo ha datato la poesia al 1874.
Nel testo intero, trascritto da Mabel Todd, alla fine del quarto verso c'è un punto e alla fine del quinto non c'è nulla; ho messo alla fine dei due versi la lineetta del frammento originale ma ho lasciato il testo così come trascritto, visto che il frammento potrebbe essere una variante.

La morte non è mai nominata direttamente ma evocata attraverso il sostantivo "awe", che è insieme orrore, terrore e timore reverenziale, sgomento. Nessuno che possa poi riferirne l'ha mai vista direttamente, è mai stato nella sua casa, anche se a molti è capitato di sfiorarla, senza capire subito con chi avevano a che fare, finché quella morsa gelida non ha bloccato l'essenza della vita. Qualcuno è riuscito a sfuggirle, ma non è capace di raccontarci nulla, perché dopo quell'esperienza l'unica preoccupazione è mantenere vivo quel respiro che sembrava ormai perduto per sempre.
L'ultima strofa mette in scena Mosè, che sembra raccontare di averla affrontata senza esserne consumato, e la poesia termina con due versi un po' sibillini: se la vera fisionomia della morte è quella vista "faccia a faccia" da Mosè, ovvero una morte che non consuma, che lascia vivi, questo vuol dire che dopo la morte c'è l'immortalità o che la vera morte è soltanto quella che affronteremo nell'ultimo istante, di cui non potremo sapere nulla prima, a meno di non essere Mosè? Ma c'è un altro particolare: nella Bibbia il "face to face" di Mosè è associato sempre a Dio (Esodo 33,11; Numeri 14,14; Deuteronomio 5,4 e 34,10) - per questo, al verso 14, ho tradotto con "l'ho visto" -; potremmo perciò pensare che con questa citazione ED abbia voluto accostare, senza dirlo esplicitamente, la morte a Dio; in fin dei conti chi ha creato il tutto ha creato anche quella morte che ci riempie di "awe", o anche: chi affronta la morte con la certezza dell'esistenza di Dio (e la fede forse non basta, bisognerebbe, come Mosè, incontrarlo faccia a faccia) sa che non verrà "consumato" ma condotto verso la vita eterna, o ancora: la vera fisionomia della morte è il volto di Dio, soltanto conoscendo il secondo potremmo capire la prima.


J1734 (?) / F1477 (1878)

Oh, honey of an hour,
I never knew thy power,
Prohibit me
Till my minutest dower,
My unfrequented flower
Deserving be.
    Oh, dolcezza di un'ora,
Non conobbi mai il tuo potere,
Escludimi
Finché la mia più minuscola dote,
Il mio fiore appartato
Non sarà degno.

Gli ultimi due versi (o meglio una loro variante) sono in una lettera a Otis Lord del 1878 (L562): "That unfrequented Flower / Embellish thee -" ("Quel Fiore appartato / Ti adorni -"). L'autografo della lettera è tagliato in più punti e questi due versi sono all'inizio di un nuovo foglio, come se la poesia iniziasse alla fine del foglio precedente (Franklin).
La lettera inizia così:
"Dont you know you are happiest while I withhold and not confer - dont you know that "No" is the wildest word we consign to Language?" ("Non sai che sei più felice quando mi nego e non concedo - non sai che 'No' è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio?").
Il frammento di foglio rimasto prima dei versi contiene queste frasi:
"The 'Stile' is God's - My Sweet One - for your great sake - not mine - I will not let you cross - but it is all your's, and when it is right I will lift the bars, and lay you in the Moss - You showed me the word. / I hope it has no different guise when my fingers make it. It is Anguish I long conceal from you to let you leave me, hungry, but you ask the divine Crust and that would doom the Bread." ("La 'Soglia' è di Dio - Mia Dolcezza - per riguardo a te - non a me - non ti lascerò attraversare - ma è tutta tua, e quando sarà giusto alzerò le sbarre, e giacerai nel Muschio - Mi mostrasti tu la parola. / Spero che non sarà diversa quanda sarà concepita dalle mie dita. È Angoscia ciò che da tempo ti nascondo per farti andar via, affamato, ma tu chiedi quella Crosta divina che condannerebbe il Pane.")
Il testo completo è dalla trascrizione di Mabel Todd.

All'amore mai conosciuto è dedicato quel "fiore appartato", in attesa di essere degno di essere gustato. La lettera a Otis Lord è molto esplicita e chiarisce meglio il senso dei versi: una rinuncia vigile, un dire "no" per poter dire un "sì" più vero e convinto.
Franklin ritiene che nella parte perduta della lettera ci fossero i versi iniziali; non possiamo escluderlo, ma è plausibile anche un utilizzo dei soli due versi superstiti, con l'ultimo che diventa più direttamente riferito al destinatario della lettera rispetto al più impersonale "Deserving be" della trascrizione di Mabel Todd.


J1735 (?) / F1759 (?)

One crown that no one seeks
And yet the highest head
It's isolation coveted
It's stigma deified

While Pontius Pilate lives
In whatsoever hell
That coronation pierces him
He recollects it well.

    Una corona che nessuno cerca
Eppure il capo più eminente
Il suo isolamento bramò
Il suo marchio deificò

Mentre Ponzio Pilato vive
In un qualche inferno
Lo trafigge quell'incoronazione
Ch'egli ricorda bene.

Cristo bramò il privilegio di essere il solo a portare la corona di spine, rendendo divino quel marchio che doveva essere d'infamia. E la condanna di chi lo lasciò morire è di essere eternamente trafitto da quel ricordo.


J1736 (?) / F1760 (?)

Proud of my broken heart, since thou did'st break it,
Proud of the pain I did not feel till thee,

Proud of my night, since thou with moons dost slake it,
Not to partake thy passion, my humility.

Thou can'st not boast, like Jesus, drunken without companion
Was the strong cup of anguish brewed for the Nazarene

Thou can'st not pierce tradition with the peerless puncture,
See! I usurped thy crucifix to honor mine!

    Orgogliosa del mio cuore spezzato, poiché tu lo spezzasti,
Orgogliosa della pena che non sentivo fino a te,

Orgogliosa della mia notte, poiché tu con pleniluni l'hai estinta,
Non condividere la tua passione, la mia umiltà.

Non puoi vantare, come Gesù, l'ubriachezza senza compagno
Che fu l'intensa coppa d'angoscia preparata per il Nazzareno

Non puoi trafiggere la tradizione con l'incomparabile puntura,
Guarda! ho usurpato il tuo crocifisso per onorare il mio!

Qualsiasi pena d'amore è una pena che si sopporta con orgoglio, anche quando si è costretti a rinunciare con umiltà a una passione che si sente condivisa. E l'altro deve essere consapevole che quella angosciosa ebbrezza è comune, non è come quella di Gesù, che bevve da solo l'amara coppa del dolore; per questo non può pensare al suo come a un sacrificio vissuto in solitudine, ma come un calvario in cui entrambi sono crocifissi.
La situazione descritta in questa poesia può far pensare al discusso rapporto con Charles Wadsworth, soprattutto per il verso finale, con quel "tuo" evidenziato riferito a un crocifisso, che richiama alla mente la chiesa del Calvario a San Francisco, dove Wadsworth si trasferì nel 1862.


J1737 (?) / F267 (1861)

Rearrange a "Wife's" Affection!
When they dislocate my Brain!
Amputate my freckled Bosom!
Make me bearded like a man!

Blush, my spirit, in thy Fastness -
Blush, my unacknowledged clay -
Seven years of troth have taught thee
More than Wifehood every may!

Love that never leaped it's socket -
Trust intrenched in narrow pain -
Constancy thro' fire - awarded -
Anguish - bare of anodyne!

Burden - borne so far triumphant -
None suspect me of the crown,
For I wear the "Thorns" till Sunset -
Then - my Diadem put on.

Big my Secret but it's bandaged -
It will never get away
Till the Day it's Weary Keeper
Leads it through the Grave to thee.

    Riordina l'Affetto di una "Moglie"!
Mentre dislocano il mio Cervello!
Amputano il mio Petto lentigginoso!
Mi fanno barbuta come un uomo!

Arrossisci, spirito, nella tua Fermezza -
Arrossisci, misconosciuta argilla -
Sette anni di fedeltà ti hanno insegnato
Più di quanto possa l'esser Moglie!

Amore che mai sgusciò dal bozzolo -
Fiducia trincerata in sottile pena -
Costanza dal fuoco - conferita -
Angoscia - priva di calmante!

Fardello - portato fin qui trionfante -
Nessuno mi sospetta di corona,
Perché vesto "Spine" fino al Tramonto -
Poi - metto il Diadema.

Grande il mio Segreto ma bendato -
Mai mi sfuggirà
Fino al Giorno in cui la sua Stanca Custode
Lo condurrà attraverso la Tomba a te.

In un taccuino del 1891 Mabel Todd assegna questa poesia al Fascicolo 11, in un foglio ora perduto. La trascrizione è di Harriet Graves, rivista dalla Todd.

Il tema della "moglie" che sarà tale solo dopo la morte è in almeno altre due poesie, la J461-F185 e la J1072-F194. In questa, i primi sei versi partono dalla fine: dal riordino, nel momento della morte, di uno stato di moglie fino ad allora segreta, quando la mente se ne andrà da un corpo che non avrà più nulla di ciò che era prima (negli ultimi due versi il corpo è spogliato delle sue caratteristiche femminili), mentre l'anima e l'essenza corporea potranno liberamente arrossire, come una pudica sposa novella, di fronte a uno "status" finalmente raggiunto. I successivi sette versi descrivono i "sette anni di fedeltà", un fardello pesante ma portato con la consapevolezza del trionfo finale. Nei sette versi finali lo stato di moglie segreta viene esplicitato da quel segreto bendato che sarà sciolto soltanto nella tomba, quando la sua custode, ormai stanca di quel fardello portato così a lungo, lo consegnerà ormai svelato al "thee" che conclude la poesia.


J1738 (?) / F1772 (?)

Softened by Time's consummate plush,
How sleek the woe appears
That threatened childhood's citadel
And undermined the years.

Bisected now, by bleaker griefs,
We envy the despair
That devastated childhood's realm,
So easy to repair.

    Ammorbidito dalla perfetta felpa del tempo,
Come appare smussato l'affanno
Che minacciava la cittadella della fanciullezza
Ed erodeva gli anni.

Spezzati ora, da più crudi dolori,
Invidiamo la disperazione
Che devastava il reame della fanciullezza,
Così facile da riparare.

Il tempo ha ormai smussato quegli affanni che sembravano così irreparabili quando eravamo fanciulli; ora siamo alle prese con dolori molto più difficili da trattare e invidiamo quella disperazione, che a distanza ci sembra così banale e facile da superare.


J1739 (?) / F586 (1863)

Some say good night - at night -
I say good night by day -
Good bye - the Going utter me -
Good night, I still reply -

For parting, that is night,
And presence, simply dawn -
Itself, the purple on the hight
Denominated morn.

    Alcuni dicono buonanotte - a notte -
Io dico buonanotte di giorno -
Arrivederci - mi dice chi se ne va -
Buonanotte, ancora rispondo -

Perché la separazione, quella è notte,
E la presenza, semplicemente alba -
Lei, la luce purpurea lassù
Chiamata mattino.

Secondo Franklin la poesia era compresa nel Fascicolo 25, in un foglio ora perduto. La trascrizione è di Mabel Todd.

Il gioco di parole sui saluti serali e mattutini, che ricorda il "Good Morning - Midnight -" della J425-382, serve per definire la separazione, l'atto che trasforma il giorno in notte, senza curarsi di dove sia il sole in quel momento, mentre la presenza (e non il ritorno, perché qui la separazione ha una connotazione definitiva e irreversibile) ha in sé i caratteri di un'alba la cui luce purpurea ci illumina dall'alto, come se non dovesse mai calare per iniziare il ciclo che porterà inevitabilmente al tramonto e al buio della notte.


J1740 (?) / F1780 (?)

Sweet is the swamp with it's secrets,
Until we meet a snake;
'Tis then we sigh for houses,
And our departure take
At that enthralling gallop
That only childhood knows.
A snake is nature's treason,
And awe is where it goes.
    Dolce è lo stagno con i suoi segreti,
Finché non incontriamo una serpe;
È allora che rimpiangiamo le case,
E prendiamo la fuga
A quell'inebriante galoppo
Che solo la fanciullezza conosce.
Una serpe è il tradimento della natura,
E allo sgomento è dove mira.

Nell'edizione Johnson al verso 7 si legge "summer's" ("dell'estate") e "nature's" è indicata come variante; lo stesso al verso 8 con "guile" ("inganno") e "awe". Franklin ritiene che sia l'opposto. In entrambe le edizioni è indicata come variante al verso 7 "drama" al posto di "treason".

La natura non è sempre docile e bella; talvolta nasconde in sé insidie e paure, le stesse che ci facevano correre via quando eravamo fanciulli, ansiosi di lasciare quei luoghi così affascinanti, ma anche così pieni di incognite, per tornare nel rassicurante rifugio casalingo.


J1741 (?) / F1761 (?)

That it will never come again
Is what makes life so sweet.
Believing what we dont believe
Does not exhilarate.

That if it be, it be at best
An ablative estate -
This instigates an appetite
Precisely opposite.

    Che non verrà mai di nuovo
È ciò che rende la vita così dolce.
Credere a ciò che non crediamo
Non rallegra.

Che se sarà, sarà al più
Un patrimonio estraneo -
Questo istiga un appetito
Precisamente opposto.

L'unicità della vita è ciò che la rende degna di essere vissuta, perché viverla pensando a un ipotetico aldilà sarebbe come imporsi di credere a qualcosa in cui intimamente non crediamo. Perciò in questa unicità è compreso anche il fatto che non ci sarà nemmeno una vita "altra", o, tutt'al più, che questa seconda vita, se mai dovesse esserci, non potrà che essere completamente staccata da quella precedente, senza legami che ci permettano di riconoscerci in essa attraverso quell'individualità che ci accompagna da vivi. È questa consapevolezza che ci fa respingere questo illusorio "patrimonio ablativo" e ci induce ad assaporare fino in fondo la concretezza del patrimonio concreto che viviamo ogni giorno.
Ho inteso "ablative" col significato che nel Webster è attribuito ad "ablative absolute": "is when a word in that case, is independent, in construction, of the rest of the sentence.", ovvero, qualcosa di indipendente, di singolare e staccato da ogni altra cosa; qui, una possibile vita successiva che non si porterebbe comunque dietro nulla di quella precedente.
Interessanti due commenti, di segno diverso, in due edizioni italiane. Bacigalupo: "Diffidenza nei confronti di un aldilà scarsamente probante (ablativo). Lo spirito è immanente nella vita irripetibile." Tarozzi: "L'unicità della vita, la sua impermanenza porta a desiderare ciò che dura, l'assoluto e l'eterno."


J1742 (?) / F1781 (?)

The distance that the dead have gone
Does not at first appear;
Their coming back seems possible
For many an ardent year.

And then, that we have followed them,
We more than half suspect,
So intimate have we become
With their dear retrospect.

    La distanza a cui i morti sono andati
Dapprima non appare;
Il loro tornare sembra possibile
Per molto più di un ardente anno.

E poi, quello di averli seguiti,
Per noi più di un mezzo sospetto,
Tanto intimi siamo diventati
Della loro cara rimembranza.

È difficile accettare la morte delle persone care; all'inizio non ci rendiamo conto della realtà di quella separazione così assoluta e la nostra mente sembra non escludere un impossibile ritorno. Poi il ricordo continuo, l'affetto che dura anche oltre la morte, ce li fa sentire sempre più vicini, quasi che fossimo anche noi con loro, in una intimità che è solo nella nostra memoria ma, proprio per questo, ci sembra più reale della realtà stessa.


J1743 (?) / F1784 (?)

The grave my little cottage is,
Where "Keeping house" for thee
I make my parlor orderly
And lay the marble tea.

For two divided, briefly,
A cycle, it may be,
Till everlasting life unite
In strong society.

    La tomba è il mio piccolo cottage,
Dove "Rigovernando" per te
Metto il salotto in ordine
E preparo marmoreo tè.

Per due divisi, breve,
Un ciclo, può essere,
Finché vita perenne unisca
In salda compagnia.

La separazione dopo la morte diventa quasi vita in comune, con lei che sbriga le faccende come se vivesse un normale menage coniugale nella tomba. Una vita-morte che sarà probabilmente breve, solo un passeggero ciclo naturale in attesa dell'unione eterna.


J1744 (?) / F1762 (?)

The joy that has no stem nor core,
Nor seed that we can sow,
Is edible to longing,
But ablative to show.

By fundamental palates
Those products are preferred
Impregnable to transit
And patented by pod.

    La gioia non ha stelo né nocciolo,
Né seme che possiamo seminare,
È commestibile per la brama,
Ma sfuggente da mostrare.

Da palati essenziali
Sono preferiti quei prodotti
Inespugnabili dal transito
E brevettati dal guscio.

La gioia sfama il desiderio di un momento, ma non è adatta a durare; per questo i palati fini preferiscono vivande magari meno forti, ma restie a transiti veloci e adatte a crescere lentamente nel loro guscio.
"Ablative" (vedi la J1741-F1761) credo che abbia qui il significato di qualcosa che viene sottratta, che sfugge alla possibilità di essere esibita. Nel Webster: "A word applied to the sixth case of nouns in the Latin language, in which case are used words when the actions of carrying away, or taking from, are signified."


J1745 (?) / F1763 (?)

The mob within the heart
Police cannot suppress
The riot given at the first
Is authorized as peace

Uncertified of scene
Or signified of sound
But growing like a hurricane
In a congenial ground.

    I disordini del cuore
La polizia non può reprimere
Il tumulto una volta iniziato
È autorizzato come la pace.

Non certificato dalla vista
O rivelato dal suono
Ma in crescendo come un uragano
In un terreno congeniale.

I disordini del cuore ("mob" significa "Un affollarsi di moltitudini promiscue, rudi, tumultuose e disordinate. Un'assemblea disordinata.") non possono essere repressi da interventi esterni, anzi, è come se avessero ottenuto l'autorizzazione ad agire, come se fossero una folla pacifica. Pur non avendo manifestazioni esteriori crescono tumultuosamente, come un uragano che ha trovato un terreno a lui congeniale.


J1746 (?) / F1764 (?)

The most important population
Unnoticed dwell.
They have a heaven each instant
Not any hell.

Their names, unless you know them,
'Twere useless tell.
Of bumble bees and other nations
The grass is full.

    La popolazione più importante
Inosservata risiede.
Hanno un paradiso in ogni istante
Mai l'inferno.

I loro nomi, a meno che non li si conosca,
Sarebbe inutile dirli.
Di bombi e altre nazioni
È piena l'erba.

Un popolo nascosto, che riempie l'erba e non ha il nostro affanno di sapere quale destino gli sarà riservato: conosce soltanto il paradiso della natura.


J1747 (?) / F1765 (?)

The parasol is the umbrella's daughter,
And associates with a fan
While her father abuts the tempest
And abridges the rain.

The former assists a siren
In her serene display;
But her father is borne and honored,
And borrowed to this day.

    Il parasole è figlio dell'ombrello,
E si associa a un ventaglio
Mentre il padre va incontro alla tempesta
E riduce la pioggia.

Il primo assiste una sirena
Nel suo sereno mettersi in mostra;
Ma il padre è portato e onorato,
E preso in prestito a tutt'oggi.

Una scherzosa comparazione tra il parasole e l'ombrello, due oggetti molto simili, tanto da sembrare padre e figlio (l'originale è più efficace: "daughter", ovvero "figlia", dà più l'idea dell'uso al femminile del parasole), ma, come spesso accade tra padri e figli, così diversi: l'uno serve ad abbellire una sirena civettuola, che lo usa, insieme al ventaglio, per mettersi meglio in mostra; l'altro è più concreto e utile, tanto che è continuamente oggetto di "prestiti", più o meno volontari.


J1748 (?) / F1776 (?)

The reticent volcano keeps
His never slumbering plan;
Confided are his projects pink
To no precarious man.

If nature will not tell the tale
Jehovah told to her
Can human nature not proceed
Without a listener?

Admonished by her buckled lips
Let every prater be
The only secret neighbors keep
Is Immortality.

    Il reticente vulcano custodisce
Il suo piano mai assopito;
I suoi progetti rosa sono confidati
A uomo non effimero.

Se la natura non racconterà la storia
Che Jehovah le raccontò
Potrà mai la natura umana procedere
Senza un ascoltatore?

Ammonito dalle sue labbra sigillate
Ogni chiacchierone sia
Il solo segreto che i vicini mantengono
È l'Immortalità.

Nell'edizione Johnson al verso 7 si legge "survive" ("sopravvivere") e "proceed" è indicata come variante; lo stesso al verso 10 con "babbler" ("imbroglione") e "prater" e al verso 11 con "people" ("gente") e "neighbors". Franklin ritiene che sia l'opposto. In entrambe le edizioni è indicata come variante al verso 11 "shun" ("rifuggono") al posto di "keep".

Il vulcano è il simbolo della natura che tiene ben celati nelle sue profondità i segreti del piano divino, un progetto che non può certo essere confidato a uomini mortali e perciò effimeri. Se la natura continuerà a non rivelare quei segreti, riuscirà l'uomo a procedere nel suo cammino senza aver nulla da raccontare a nessuno? Ma forse è proprio questo il destino dell'uomo, un destino suggerito dal silenzio della natura: quello di non sapere, di dover mantenere, suo malgrado, un segreto di cui in realtà non sa nulla.


J1749 (?) / F1766 (?)

The waters chased him as he fled,
Not daring look behind;
A billow whispered in his Ear,
"Come home with me, my friend;
My parlor is of shriven glass,
My pantry has a fish
For every palate in the Year," -
To this revolting bliss
The object floating at his side
Made no distinct reply.
    Le acque lo inseguirono mentre fuggiva,
Non osando guardare indietro;
Un'onda gli sussurrò all'Orecchio,
"Vieni a casa con me, amico mio;
Il mio salotto è di puro cristallo,
La mia tavola ha pesce
Per ogni palato tutto l'Anno," -
A questa rivoltante beatitudine
L'oggetto che galleggiava al suo fianco
Diede un'indistinta risposta.

Il mare assume qui il ruolo di diavolo tentatore, che insegue e lusinga. La risposta viene da un "oggetto" che galleggia a fianco di chi è tentato: l'anima? la coscienza? qualsiasi cosa essa sia la sua risposta è incerta, anche se la "rivoltante" beatitudine promessa sembrerebbe preludere a un rifiuto. Ma l'ultimo verso suggerisce piuttosto un dubbio, o almeno una risposta che non sembra proprio un chiaro rifiuto.
Al verso 5 "shriven" è participio passato di "to shrive": "confessare, mondare dai peccati, assegnare una penitenza dopo la confessione"; ho aggettivato il participio e tradotto con "puro".


J1750 (?) / F1767 (?)

The words the happy say
Are paltry melody
But those the silent feel
Are beautiful -
    Le parole dette dal felice
Sono rozza melodia
Ma quelle provate dal silente
Sono bellissime -

Esprimere un sentimento con le parole è sempre un po' volgarizzarlo; le stesse parole, non pronunciate ma sentite dentro di sé, diventano bellissime.